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SPIRITI MAGNI - Diogene DA03 (oil and bending of aluminum) 2016 + SPIRITI MAGNI - Democrito DA01 (oil and bending of aluminum) 2016 + HEIDEGGER'S KEHNE "block mousse" MHw01 (iron, tape and rotates) 2016 + NARCISO - Architettura Casamonti (tape on mirror) 2016.

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SPIRITI MAGNI - Democrito DA01 (oil and bending of aluminum) 2016 + SPIRITI MAGNI - Diogene DA03 (oil and bending of aluminum) 2016.

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HEIDEGGER'S KEHNE "block mousse" MHw01 (iron, tape and rotates) 2016

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NARCISO - Architettura Casamonti (tape on mirror) 2016

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BEARD AND SEX - beard, being almost a mask, should be forbidden by the police. Moreover, as a sex badge in the middle of the face, it is obscene and for this reason that women like it ASt01 yellow (rope and wood) 2016

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Atomism and its critics - CLINAMEN E+L03 (marine wood) 2016 + Atomism and its critics - CLINAMEN E+L04 (pine) 2016

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Jenseits von gut und böse FWN03 (vulcanizing on canvas) 2016

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Ding an sich "death's head " IKh01 (wax and marble) 2014

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BORROMINI 01 (glass, iron, cement) 2016

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CROSS (wood and tape) 2016



30 Aprile - 04 Giugno 2016

CCH II


Dopo la personale dedicata all'artista livornese dalla galleria De' Primi di Lugano e la partecipazione alla collettiva "In space no one can hear your laugh", tuttora in corso presso la Bonelli Gallery di Milano, la Galerie 21 ospita il secondo atto della personale "Il primo Dio" - già inaugurata nello scorso dicembre -, presentando stavolta al pubblico la sola produzione ultima di CCH. Se, infatti, il primo atto si poneva come riassunto degli ultimi articolati anni di attività dell'artista, ed in particolare del triennio 2013-2015, in questa nuova occasione trovano spazio esclusivamente i lavori del 2016, caratterizzati da una radicalizzazione formale e concettuale dei principi di tensione, equilibrio e ambiguità che da sempre caratterizzano la sua ricerca. "Non ho obiettivi o programmi, né stile o direzione; non seguo sistemi o tendenze. Non ho tempo per problemi tecnici, processi lavorativi o variazioni che conducono alla perfezione. Credo che ognuno possa leggere il mio lavoro in varie maniere, che personalmente neanche mi interessano. La mia ricerca rimane fondamentalmente formale e la duplicità è insita in me, nella mia vita, nella mia storia e sicuramente nel mio lavoro, ma non particolarmente nella mia ricerca. L'aspetto più importante del mio lavoro è piuttosto l'equilibrio che deve essere tra un opera e l'altra, per cui non esiste un lavoro giovanile e un lavoro maturo, come non mi interessano lo stile la materia il segno ect. Il mio lavoro è tutto ciò che accade alla mia vita, sicuramente inutile nella società attuale. Non sono un democratico e non penso che l'arte sia la salvezza dell'umanità; non mi ritengo un artista sociale e non voglio dare lezioni di civiltà. Cerco solamente di sopravvivere a questa civiltà inadeguata al mio essere. Quindi mi servo di costruzioni mentali/artigianali per continuare a vivere, con tensione, come faccio da sempre guardandomi negli specchi, isolandomi da tutto e tutti, lasciando tracce per il futuro inesistente." Con queste parole CCH descriveva sinteticamente quanto intensamente il proprio lavoro appena una manciata di mesi fa al critico Giorgio Bonomi, sottolineando come nei lavori più recenti fossero i concetti di tensione e sbarramento a farsi protagonisti (tensione che è espressione del frenetico quotidiano della società contemporanea, come pure dall'umano e costante tendere/ambire a qualcosa, solitamente irraggiungibile, e dunque sbarrato, impedito, negato): così nei monocromi realizzati col nastro adesivo telato, capaci di realizzare un'autentica architettura di segni tesi all'interno della superficie e, ad uno sguardo più meditato e profondo, una sensazione spaziale che va al di là dell'apparente bidimensionalitá della tela, invitando l'occhio ad addentrarsi in un intrico di strutture che non lasciano respiro tanto appaiono serrate, inaccessibili, oppressive. E sono sempre tensione e sbarramento protagoniste nelle opere realizzate da CCH con corde elastiche che, siano esse tracciate come segni a parete o su tavola, oppure ancora tese ad occupare la terza dimensione conquistando lo spazio, creano nuovamente architetture poste innanzi allo spettatore per impedirgli ogni possibilità di accesso e fruizione. Ed è sempre la tensione, d'altronde, a caratterizzare le lamiere di alluminio, piegate a fendere la terza dimensione e dipinte con una pennellata che travalica la monocromia palesando un gesto carico di pathos ed energia Così le Croci, rare ma antiche nella produzione dell'artista e presentate per la prima volta al pubblico in questa occasione, nelle quali la tensione è evocata dai valori simbolici e formali del segno ma rafforzata dalla potenza espressiva dei materiali utilizzati, in stridente contrasto tra loro.

Ed ancora la serie dei Borromini, evocatrice del suicidio, violentissima nel contrasto stridente tra cristallo spezzato e tagliente ed il grezzo cemento. O i monocromi neri realizzati con i nastri agglomeranti o le cere, che nell'essenza formale suggeriscono una sensazione di disfacimento, di putrefazione, di angoscioso ed agonizzante trascorrere. Infine, a questi ultimi diametralmente opposte, le opere che compongono la serie dei Clinamen, radicali ed estreme, nitide ed assolute, nelle quali è lasciato alle venature ed i nodi del legno il compito di rivelare una tensione antica, elegante e potente quale è quella della Natura. Ma nel lavoro di CCH, non meno rilevante risulta essere l'ambiguità che sottende al suo lavoro, con il lettore che è chiamato ad interpretare informazioni visive che mai risultano univoche e scontate, neppure quando sembrerebbero palesarsi con evidenza, anche in virtù di titoli sovente criptici che nascondono sigle o frasi legate ai protagonisti della filosofia o della letteratura il cui pensiero è stato ispiratore del lavoro cui danno il nome. Ambiguità e doppio senso, sino al deliberato tentativo di spaesare l'osservatore, dunque, come nella serie delle "Attese": semplici maniglie tubolari, essenziali, del medesimo diametro ma dai più svariati colori e dalle più variegate misure ed articolazioni, i cui titoli immediatamente portano alla memoria i celebri lavori di Lucio Fontana, ma che invece sono ispirate al teatro di Samuel Beckett, al suo Aspettando Godot, per cui nascondono un inquietante memento mori peraltro stridente rispetto ai cromatismi sgargianti che le caratterizzano. Maniglie che, nel contempo, per l'artista stesso e dunque per l'osservatore possono rappresentare semplicemente sé stesse, al di là di qualsiasi connotazione concettuale, oppure, per contro, idealmente, configurarsi quali solidi appigli per l'uomo contemporaneo sempre più privo di riferimenti e certezze in una società destabilizzata quale quella odierna. Ed è infine proprio la destabilizzazione, lo spaesamento, a rivelarsi fondante nelle scelte espositive: l’aspetto del tutto, selezionato ed affiancato, è infatti sempre quello di una raccolta di frammenti apparentemente mancanti di unità ed omogeneità, piuttosto che di un lavoro organico: un mix di elementi eterogenei che paiono non completare mai il discorso intrapreso per rivelarsi con compiutezza; come destinati a restare troncati a metà, forse persino a rimanere incompiuti. I lavori sono infatti accostati o giustapposti attraverso legami invisibili, ma in modo tale che la loro associazione funga da spunto per uno sviluppo di nuove idee per il lettore secondo un ragionamento che procede per aggregazione: una aggregazione che ad ogni modo non manca della coesione. Una unità interna impossibile da regolamentare e ridurre entro strumenti di comprensione e normalizzazione quali il riassunto, eppure tale per cui nell'insieme nulla può essere modificato e spostato senza che l’intera struttura sia sconvolta o cada, e questo per quanto nulla appaia più essenziale di qualcos’altro e nulla non possa essere letto prima o dopo. Inutile andare oltre cercando di afferrare l'inafferrabile, di trovare un senso che soltanto la sensibilità del singolo dovrá cercare, scoprire, assaporare; perché queste poche righe non vadano a condizionare e precludere le svariate possibilità di lettura aperte innanzi ai vostri occhi.

Gianni Schiavon