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18 Marzo - 22 Aprile 2017

Michela Nosiglia


COSA PUÒ UN CORPO
A cura di Clarissa Tempestini

Michela Nosiglia cerca di soffocare il corpo dandogli allo stesso tempo voce attraverso l’opera e l’uso di materiali ibridi e dissidenti, siano essi marmo, cera, passamaneria o il freddo ferro verniciato a volte di vivo oro, altre di taciturno nero, che accoglie lo spettatore all’ingresso della galleria nella serie “Costrizioni a Parete”, ripiegato e costretto su una parete mentre si contorce nella speranza di essere visto, liberato dallo sguardo dell’altro. Un tentativo di far vivere una figura antropomorfa che vorrebbe appartenere al mondo organico. Un tentativo tenero, essendo fatta di comune metallo, il ferro. Lo sforzo dell’artista é un grido poetico al risveglio silenzioso di un corpo incompreso, perso. Tutti i lavori sembrano riecheggiare, in una scelta essenziale, industriale, contemporanea, durissima, quasi due secoli di poetiche sulla corporeità e sulla sua teatralità. Una condensazione che guarda al grido delle viscere di Artaud, alle pelli estese, filanti, bucate. Crea costrizioni, nodi, intrecci, venature che mangiano il corpo, lo soffocano, lo costringono. E lo presenta quasi chirurgicamente raggelato in vetrine, su piedistalli, affisso al muro, dove non rimane che guardarlo. I lavori sottintendono la metafora della condizione della società contemporanea, in cui giorno dopo giorno siamo soffocati da un mondo di falsità, dove i sensi sono andati persi creando una spaccatura profonda tra corpo, anima e psiche. Non abbiamo più consapevolezza del nostro essere. E come potremmo averla? L’essere umano è uno strumento, un attributo di Dio – Dio inteso come natura. Ma noi non sappiamo più rapportarci con essa, la distruggiamo e neghiamo in favore di doni falsi, ingannatori: l’uomo è attratto dalla ricerca di beni inutili, da oggetti vani che non colmano i bisogni profondi dell’animo, generando quindi inquietudini e incatenando la mente. Immaginate allora una donna o un uomo, o soltanto un corpo, compresso nella sua pelle. Pensate alla strana sensazione della concupiscenza di vivere degli organi, alla necessità incessante del cuore di battere, dei polmoni di respirare, dello stomaco di spezzare il cibo, del cervello di desiderare. Provate a immaginare l’eco dentro alle vene se il sangue smettesse per un giorno, un’ora, anche solo un minuto di scorrere, e lasciasse le arterie finalmente in pace. Non sarebbe liberatorio, anche solo per poco, essere statua, bianca scultura senza tempo, perfetta nella sua lattea bellezza, impegnata solo nel suo essere statua, eterna, senza pensieri. Pensate alla quiete dentro al corpo, senza più il palpitare confuso del cuore. Continuando a essere vivi, ma in pace, diventando solo involucro, corpo e pelle collegati come un intero, come quel busto di donna in cera di Nosiglia, “La Casa di Carne Chiusa”. Pensate a cosa vi sentireste a non avere pressioni, liberarsi degli organi, delle costrizioni, dell’aria, dei legami fisiologici, delle ovaie, dei consumi e del consumo, come quella statua citata prima, bianca cenere, intenta solo nell'essere e mai nel divenire – e forse alla fine in un arrendevole sparire. Così Nosiglia libera l’uomo invertendo il concetto di libertà, sfruttando la costrizione, l’asfissia – o forse un ascetismo sensuale – come processo inevitabile per riconnettersi con se stessi, la natura e i sensi, regolando la struttura emotiva dell’uomo.

Clarissa Tempestini

PENSIERI PER I LAVORI DI MICHELA NOSIGLIA
E UNA POESIA DI REN HANG

"Ferite nel viso"
Gli occhi sono due ferite,
Le narici sono due ferite,
le orecchie sono due ferite,
la bocca è una ferita,
Anche se io morissi
anche se io diventassi
un teschio
queste ferite
non guarirebbero affatto.

2016.01.07

***

La commemorazione del dispositivo, la sua identificazione e riproduzione secondo i linguaggi dell’arte, ci dà modo di comprenderne l’importanza che lo stesso ricopre nelle nostre vite, soprattutto di quei dispositivi che, nascosti in piena vista, determinano in modo maggiore i confini del nostro agire. Come potremmo conoscere la libertà se è una condizione che ci è preclusa sin dalla nascita? Come i figli di un gruppo di naufraghi pensano che i bordi del mondo corrispondano con quelli della loro isola ogni individuo è indotto a credere che la massima espressione di libertà sia quella che occorre nella società dove egli si sia sviluppato e, sopra a tutto questo, c’è un ulteriore contenitore - che riguarda sia gli uni che gli altri: il corpo. I limiti, oltre che dalle forme della convivenza, ci sono impressi dal e nel corpo ed è sul controllo del corpo, o sulla produzione di senso che lo riguarda, che si stringono le maglie del potere. Ed è, per queste ragioni, che rivolgiamo il nostro interesse al demiurgo, perché il suo è un atto di resistenza oltreché comunicativo, ovvero registrare delle suggestioni e farne oggetti di riprovata poeticità - capaci di infrangere il velo d’ombra. Ripetere dunque, indicare, rispondere a una necessità di superamento. Cercare di tenere alta la soglia d’attenzione con degli input che abbiano la forza di mettere da parte il consueto seppur per un periodo limitato, che ci obblighino - ovvero - a concentrare ogni nostra risorsa nell’atto di interpretazione. Nelle opere che compongono questa mostra l’assenza del corpo nella sua forma più evidente e figurativa dà modo di coglierne, nella loro massima amplificazione, le meccaniche che lo contraddistinguono, i margini che lo definiscono, i vincoli che esso ci impone - perché solo nella privazione del definito è possibile che ogni forma sia concepita - che emerga nitida sciolgo ogni nodo che la costringeva. Un vuoto, nel caso specifico, ordinato - che risponde alle geometrie di ogni arto, femore, cuore, cranio, genitale. Per controllare le menti è, in primis, necessario controllare i corpi, così là dove ci sono proposti, come nei gusci pompeiani, le tracce degli stessi, degli involucri stabiliti, in un caso dal potere, dall’altro dalla morte, è possibile cogliere per un istante la vastità soverchiante, la complessità di una condizione che ci riguarda tutti, nella nostra stessa natura e che raggiunge da qui, ogni scampolo dell’età passate, sino al nostro progenitore arcaico.

Francesco Terzago