Copricapo cerimoniale

Gli uomini si distinguono da ciò che mostrano e si assomigliano in ciò che nascondono

Conduttore di umore

Copricapo da difesa

Collare per passare inosservati

Elmo magico

Ossa delle mie ossa, carne della mia carne

Pensiero di un copricapo

Sentirsi meno soli

Solo liquidi

Per sentirsi vivi

Il peso delle parole

Non sempre sono del solito parere, opere singole

Più vicino a te

Abbracciare l’osservatore

Michela Nosiglia

Livorno, 1976

MI FANNO MALE I CAPELLI
16 marzo – 27 aprile 2019

A due anni esatti di distanza dalla Sua prima personale alla Galerie 21, Michela Nosiglia torna protagonista nello spazio livornese con una selezione di lavori tra i più rappresentativi della recente produzione. “Mi fanno male i capelli” è il titolo voluto per l’occasione dall’artista fiorentina (ma livornese per nascita ed origini): una citazione del celebre verso della poetessa Amelia Rosselli – reso immortale da Monica Vitti nel capolavoro di Michelangelo Antonioni “Deserto rosso” – che immediatamente rivela, nella sua scelta, la sensibilità raffinata quanto profonda, criptica eppure ironica, senz’altro acuta, indubbiamente complessa, della giovane artista toscana. Se nel 2017 le opere della Nosiglia palesavano un legame univoco ed indissolubile con il corpo – un corpo imprigionato, costretto, a tratti quasi torturato e vilipeso – in questa nuova occasione espositiva protagonisti esclusivi risultano essere copricapi ed elmi, con lo spostamento dell’oggetto della ricerca dal torso alla testa, misteriosa e insondabile sede del pensiero, dell’immaginazione e dell’anima stessa quale parte senziente e vitale dell’essere umano. Opere, come allora, perfettamente indossabili in quanto modellate dalla Nosiglia sul suo stesso corpo, prevalentemente ancora realizzate in metallo (sia esso ferro verniciato o ottone) ma che, nuovamente, finiscono con lo spaziare sino all’utilizzo dei marmi, della passamaneria e, stavolta, anche della ceramica. Senza snaturare la propria ricerca, l’artista ha dunque sapientemente mantenuto intatte (e forse addirittura amplificate) l’eleganza, la grazia e la leggerezza che sempre hanno caratterizzato il suo lavoro; quella capacità di trasformare il duro metallo in segno fluente, come tracciato nell’aria; la gabbia in struttura ritmica e armonica. L’ottone e l’oro sono subentrati alla verniciatura un tempo prevalentemente nera; specchi, vetri, cristalli e corna, sono andati ad arricchire ed impreziosire il lavoro e ad amplificare quella vis magica, onirica e surreale che già lo determinava caratterizzandolo con forza. Erano apparsi nella personale del 2017 i due prodromi della produzione odierna: due copricapo, simili ad elmi, che affatto celavano la loro funzione costrittiva, quasi torturatrice, che contraddistingueva i restanti lavori dell’artista. Oggi quella sorta di raffinato sadismo è accantonato per lasciar spazio ad una vena più ironica, tagliente, eppur attraversata da una profonda malinconia, e la parola Costrizioni è scomparsa dai titoli delle opere. La testa, che nelle culture d’ogni tempo e luogo è considerata elemento da salvaguardare dalle forze ostili e maligne, oppure cui dare rilievo e visibilità, come per richiamare l’attenzione del divino, è approcciata dall’artista in maniera tale da far tesoro di millenni di storia che vedono il copricapo quale strumento rituale e di comunicazione di significati molteplici quali forza, potere, minaccia, ma anche appartenenza ad una cultura, ad un ambito sociale. Nosiglia reinterpreta e gioca con le molteplici, variegatissime forme, affascinata ma al tempo stesso in sfida con esse, piegandole alla propria poetica ed alla propria sensibilità. Ed allora eccola, dapprima confrontarsi in Corpicapo cerimoniale con la tradizione della passamaneria, elaborando un oggetto che fonde indicazioni disparate di copricapi cerimoniali di luoghi e tempi distanti tra loro; poi ironizzare sul sesso maschile in Gli uomini si distinguono da ciò che mostrano e si assomigliano in ciò che nascondono, dove un monumentale corno in legno, chiaramente, allude alla loro virilità e, in qualche modo, nella scelta di simulare il corno stesso, alle loro debolezze.
Corna che tornano protagoniste, stavolta reali, portandosi appresso tutto il loro bagaglio simbolico di forza, di potere, di sfida e di rinascita, nelle opere Copricapo da difesa, dove piccoli corni incoronano la parte facciale dell’elmo e, rivolti verso l’osservatore, difenderanno chiunque volesse indossarlo da ogni possibile avvicinamento; o Pensiero di un copricapo, dove le corna, sospese a corona all’interno di un ovale di marmo rosa del Portogallo, cingono la testa del potenziale indossatore conferendogli tutto il loro portato simbolico, analogamente a quanto accade in quella sorta di armatura cornuta che è Abbracciare l’osservatore. Ed ancora Ossa delle mie ossa, carne della mia carne, dalle fattezze chiaramente guerriere, amplificate dalle due asce poste ad incastonare gli zigomi, che omaggia la creazione della donna dalla costola, richiamata del corno, di Adamo.
Su un diverso registro stanno, per contro, l’Elmo magico, il quale, in virtù dei cristalli di rocca che lo costellano, risulterebbe funzionale all’espansione dell’anima, allo sviluppo delle percezioni ultrasensoriali ed al contatto con nuove dimensioni ed entità; il malinconico Conduttore di umore, atto a raccogliere le lacrime del suo indossatore, come pure Pensiero fisso, dedicato all’oscurità della nostra vista e della nostra mente quando un unico pensiero ci assilla e ci nega ogni altra prospettiva sul reale; ed ancora l’ironico e malinconico Per sentirsi meno soli, dove agli specchietti romboidali pendenti dalla corona è affidato il compito di riflettere il volto del suo indossatore e, nel riflettere porzioni del suo viso, dare un illusorio conforto alla sua solitudine. Oppure Per sentirsi vivi, dove una sorta di stetoscopio permettebbe, a chi lo indossasse, di ascoltare idealmente il battito del proprio cuore, accertandosi della propria esistenza e ricevendo conforto dal calore umano del battito stesso, mentre Il peso delle parole, che crea una elegante bilancia pendente dal mento dell’indossatore, genera un movimento attraverso il parlare che allude e ricorda lui il valore ed il peso, appunto, delle sue affermazioni. Soltanto in Solo liquidi persiste quel senso di costrizione e impedimento che caratterizzava il precedente lavoro della Nosiglia, mentre tre teste di ceramica smaltata in nero, dalla fisiognomica ghignante e dolente, percepibile nonostante negata da un disfacimento formale allusivo alla putrefazione, esprimono, sole, una macerazione interiore che negli altri lavori è, invece, sempre ben celata. D’altronde vi chiedo: Possono far male i capelli? Certamente no, e analogamente non dovrebbe poter dolere l’anima, che in realtà può però soffrire più del corpo. Ecco allora in una battuta la sottesa ed acuta dichiarazione di un malessere esistenziale che non può essere spiegato e non può essere compreso, ma che la Nosiglia cela dietro la sua vis poetica ed il suo lavoro elegante, surreale, onirico, sarcastico e irridente.
Gianni Schiavon

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