CCH+Kn

9-27 febbraio 2018

Quando centotre anni fa Piet Mondrian e Kazimir Malevič dipingono rispettivamente Molo e oceano e Quadrato nero su fondo bianco, scavalcano d’un colpo l’intero corpus di ricerche sviluppate dagli artisti del Blaue Reiter a partire dal 1910, ponendo le basi per l’arte astratta propriamente detta, ovvero quella poi battezzata Concreta, che ancora negli anni Trenta vanterà energia e qualità di ricerche. Il gruppo internazionale Abstraction-Création, fondato a Parigi nel 1931, è la testimonianza del fermento e della coesione degli artisti concretisti di tutta Europa, riunitisi entro le sue fila a comporre uno schieramento tanto variegato formalmente quanto coerente concettualmente.

La geometria, il ritmo, la metrica, la supremazia della forma pura – per citare Malevič – sono l’ambizione e l’ossessione di queste ricerche, e Carlo Belli, critico e teorico, esperto di archeologia, scrittore, giornalista, pittore, nel 1935 pubblica quello che Kandinsky stesso non esitò a definire “il Vangelo dell’arte astratta”: Kn. Un incrocio tra il saggio ed il manifesto, teso a confutare tutte le ricerche precedenti e parallele all’astrattismo, indicato come punto di arrivo di ogni tentativo di fare arte; polemico, lapidario, contraddittorio e a tratti enigmatico, assolutamente dirompente nella forma quanto nell’impatto sul pubblico e la critica del tempo, resta un manifesto ancor oggi carico di attualità.

Sepolte dalla storia tutte le cosiddette avanguardie che dell’astrattismo erano state coeve, i suoi principi cardine, le linee guida, sono ancora per gran parte degli artisti contemporanei assiomi imprescindibili. Si sono succeduti movimenti e tendenze ad essa antitetiche, ma l’astrazione è tuttora viva, costantemente rigenerata da nuove idee, nuovi materiali e nuovi mezzi. Essa non muore perché forse, come indicato da Belli, era se non la sola via per l’arte, almeno la principale. Certo astrazione è un concetto vago, persino linguisticamente imperfetto considerata la sua origine dal latino abs traho, ovvero, letteralmente, “trarre fuori”, sottrarre, nel senso di ridurre, essenzializzare, sintetizzare, presupponendo una estrapolazione di dati dal mondo reale che vale per le primissime ricerche astratte di Kandinsky e dei compagni del Blaue Reiter, ma che non identifica propriamente né le soluzioni più mature dell’artista russo né il complesso di ricerche del movimento concretista che domina la scena nei decenni Venti e Trenta, debitore piuttosto nei confronti delle indagini di Mondrian e Malevič intorno alle forme geometriche pure, le linee, la metrica interna alla superficie, il ritmo, il valore del colore.

Anche quando negli anni Cinquanta e Sessanta imperarono prima l’informale e poi la ricerca di un grado Zero dell’arte, buona parte dei lavori del tempo risultano debitori rispetto alle esperienze astratte di quasi mezzo secolo precedenti: dalle geometrie dei Sacchi di Burri alle spazialità di Rothko, dal segno architettonico di Franz Kline e Motherwell alle superfici di Frank Stella, da Schoonhoven a Vasarely e le ricerche optical, fino ai protagonisti dell’analitica europea, da Guarneri, Verna e Marchegiani a Gaul e Erben. Nondimeno oggi artisti europei ed extraeuropei fanno tesoro e sviluppano il senso della metrica, del ritmo, della forma pura e assoluta, come nel caso di CCH, il cui lavoro, sempre intriso di una valenza concettuale, palesa una attenzione al senso del comporre, del calibrare, dell’equilibrare, che è tipico delle migliori ricerche sul valore della forma e dello spazio.

Così era nelle grandi pitture che nascevano un tempo dai grafici a cerchio, come pure nelle serie delle Decostruzioni e degli Spinoza, realizzate con i nastri adesivi militari, e altrettanto è oggi in questa installazione, estrema e radicale, che omaggia il pensiero di Carlo Belli. Linee, semplicemente linee, esclusivamente verticali ed orizzontali (come citando quella ambizione di assoluto che fu mirabilmente motore delle ricerche neoplasticiste di Mondrian) e che pure mai si incontrano se non concettualmente in una loro ideale prosecuzione suggerita dall’imperfezione del loro taglio. Linee non costrette all’interno di una superficie finita e predefinita quali può essere quella ortodossa e vincolante del canonico quadro, ma che invece conquistano lo spazio a loro disposizione e si adattano in senso metrico e proporzionale ad esso.

Linee che non sono pittura bensì carta, carta giapponese, esteticamente affascinante al tatto come alla vista, con tutte le suggestioni che ne conseguono. E se Belli in Kn aveva teorizzato “una mostra di opere che non portino titolo, senza firma degli autori, senza data e senza nessun riferimento umano, distinte una dall’altra con semplici indicazioni algebriche K, K1 K2… Kn”, ecco in questo lavoro l’assenza dell’artista, che ha composto un progetto sommario senza eseguirlo materialmente, lasciando ai suoi assistenti ed al gallerista il compito di svilupparlo secondo un operare condiviso.

Ne esce un risultato quasi privo di autore, un lavoro “di bottega”, come nei grandi affreschi rinascimentali, o nelle decorazioni dell’antichità classica; un risultato irripetibile perché significativo esclusivamente nello spazio che lo accoglie, e dunque effimero perché destinato a sopravvivere soltanto in chiave fotografica o racchiuso – concettualmente – in una scatola assieme al suo sommario progetto ed al report fotografico che qualcuno realizzerà.

Liberare l’arte dalla Natura e dall’uomo, scriveva Carlo Belli, perché “L’arte non è dolore, non è piacere, non è caldo, non è freddo. Essa non è in nessun modo un fatto umano” […] “non è espressione di stato d’animo, non è interpretazione di una realtà visiva, non è traduzione non è illustrazione non è cronaca. Meno ancora può essere espressione di impressioni” […] “Elementi della pittura sono forma e colore. Facciamo dunque forme e colori” […] “Liberate le forme dall’oggetto. Liberate i colori dall’oggetto. Fate della pittura”. L’arte, nel suo senso di astrazione, metrica, equilibrio, proporzione, ritmo, supremazia della forma pura, è ancora chiaramente viva e vitale.

Gianni Schiavon

“Finalmente un quadro che non dice nulla, esclamai con un sospiro di sollievo.”
Carlo Belli


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