Claudio Olivieri

Cromie Blu Verdi, 1971, olio su tela cm 100x80

Claudio Olivieri

Paradigma, 1972, olio su tela cm 140x65

Claudio Olivieri

Nero Blu, 1972, olio su tela cm 160x120

Claudio Olivieri

Senza titolo, 1972, olio su tela cm 100x70

Claudio Olivieri

Blu diagonale, 1972, olio su tela cm 70x50

Claudio Olivieri

Bicromia, 1973, olio su tela cm 70x50

Claudio Olivieri

Blu Rosso, 1973, olio su tela cm 100x75

Claudio Olivieri

Nacromia, 1974, olio su tela cm 150x120

Claudio Olivieri

Senza titolo, 1974, olio su tela cm 100x80

Claudio Olivieri

Anadiomene, 1978, olio su tela cm 100x80

Claudio Olivieri

Gilgamesh, 2000, olio su tela cm 190x300 (Collezione privata, Milano)

Claudio Olivieri

7 aprile – 5 maggio 2018

“È con la pittura che le apparenze si mutano in apparizioni: ciò che è mostrato non è la verosimiglianza ma la nascita. È così che ci viene restituito il nostro presente, l’assolutamente unico ma imprevedibile presente, somma di tutti i tempi, raduno degli attimi che ci fanno vivere, atto sempre inaugurale dell’esistere”. È uno dei pensieri di Claudio Olivieri raccolti oggi da Mimesis (a cura di Matteo Galbiati, con una prefazione di Paolo Biscottini) nel piccolo volume “Del resto. Aforismi e altri scritti. 1965-2015”, in cui si delinea la lunga vicenda del tentativo di Olivieri di comprendere sé stesso e il mondo che l’ha accolto.
Una vicenda in bilico fra passione e disincanto; fra dolore e sua liberazione; fra ironia amara e aderenza che palpita – che ride talvolta, che, più spesso, soffre. Parole, ritornano: quelle amate (la pittura, lo spazio, l’ombra), accanto a quelle odiate: le cose, gli oggetti, la somiglianza. E “l’arte contemporanea”, ricettacolo di assiomi vuoti e di false certezze. Come somiglia questo libro alla sua pittura. “Io non dipingo altro che distanze, la renitenza d’un’ombra a darsi un corpo”. Da quando usava soltanto l’aerografo (poi vennero lo straccio e, nuovamente, il pennello ad intorbidire la sua superficie, a renderla meno perfetta, meno intangibile, più prossima) mi è sempre parsa, quella pittura, una fuga dalla mimesi dell’esistenza, e insieme una parafrasi d’essa che ne cercasse con l’ansia muta di uno scavo rabdomantico i gangli più fondi, i nodi non facili da sciogliere. Intitolando quei suoi ricercari, spesso, solo con il nome del colore incaricato, di volta in volta, di scendere a scandagliare il magma bruciato della vita. Così, per picchi, emersioni, voragini, quel colore pallido s’insinuava (negli anni Settanta in particolare, ai quali la mostra d’oggi è dedicata) nell’ombra d’attorno, con brevi sbavature, mimando – quasi – i singulti dell’anima. Alla fine, quell’ombra non cerca, non trova il suo corpo: assente in quanto oggetto, evento, “cosa”, la colonna scura, o quanto la circonda, è solo la parte di mondo che sta, nascosta, nel pensiero del pittore.
Annidata in quella che un’altra volta mi parve qualcosa di simile a quella “grotta della nostra intimità” che era per Mallarmé la profondità senza fine della caverna ove s’agita l’umanità, sta la pittura di Olivieri. Quanto lontana, allora, dall’algida promessa di un futuro perfettamente delineato che fu proprio, all’albore degli anni Settanta, della pittura analitica, del suo contare uno dopo l’altro gli strumenti e gli atti – fabrili, mentali – necessari a farla; con una forte implicazione con l’ottimismo – riflessivo, tautologico e minimalista – del concettuale, cui pure la “pittura-pittura” intendeva resistere, ed opporsi; un modo di pittura cui, come è noto, Olivieri fu assimilato, ed anzi indicato come uno dei caposcuola. A torto; giacché la sua è stata, e continua ad essere, molto al di là di una ricerca di stile, una indagine, lucida e sofferta, sull’infinitezza dello spazio e sulla mutevolezza della luce.

Fabrizio D’Amico

AUTOBIOGRAFIA

Sono nato a Roma nel 1934. Mio padre era un maestro elementare e io di quegli anni ricordo le folle di Piazza Venezia, il biancore di quel monumento là in fondo, il rumore dei tram che ci portavano ad una scuola materna sull’Aventino, le olive verdi che mio padre mi comprava per la strada dentro un cartoccetto di carta gialla. Con la morte di mio padre e la guerra ormai imminente fu necessario mettersi in viaggio per trasferirsi a Mantova, luogo d’origine di mia madre. Treni lenti, stazioni dai nomi mai sentiti, Orte, Terontola, Arezzo. Fuori un mondo quasi senza rumori, paesaggi profondi, rare luci nella notte, voci dagli accenti che mutavano mentre risalivano verso Nord. Abitavamo nel vecchio ghetto di Mantova per via del nonno ebreo, nel cuore antico di quella città così particolare, chiusa dai suoi laghi, anch’essa allora silenziosa e raccolta. Ricordo i cinque anni della guerra come un tempo lunghissimo, con estati abbaglianti e inverni gelidi e interminabili, le fughe nei rifugi e le scorribande per le campagne quasi deserte, le paure e la confidenza con il pericolo, i ponti crollati, le piene terribili del Po, le sirene e i lampi della contraerea, le notti cieche, i camion dei tedeschi e quel giorno in cui sulla mia bicicletta, mi sono visto venire incontro quaranta Panzer diretti verso il fronte, dove la loro mostruosa potenza si sarebbe dissolta. A guerra finita la vita riprese, come stupefatta da una normalità ritrovata. Nell’irripetibile libertà di spazio di quel tempo, i laghi erano il territorio dell’estate, il luogo lustrale di una natura ancora intatta. Dopo il Ginnasio, Milano, la rivelazione dell’Arte, la cultura, gli incontri. Gli anni del fervore, dai Cinquanta ai Sessanta, con le grandi mostre, le polemiche, le incazzature sono ormai più lontane della stessa guerra. Potrei parlare di come mutava il clima del nostro mondo col succedersi delle Biennali, di come agli artisti venisse riservato un ruolo sempre più marginale, di come pian piano abbiamo visto prevalere la funzione degli organizzatori, di come le opere siano diventate sempre più accessorie al progetto sistematore di quella cosa che io non riesco più a chiamare critica. Di questa Italia sempre più dipendente, sempre più subordinata ad un modello prevaricatore che ci spaccia per assoluto ciò che è solo convenzionale. Di questa orgia della banalità, del “just in time”, neanche fossimo scorte di magazzino da smaltire al più presto. Non me la sento di rammaricarmi più di tanto ma mi rattrista il declino di Milano, la perdita del suo spirito curioso, avventuroso, solidale, per far posto al deserto modaiolo di oggi. Io sto nello studio e mi domando da dove vengano queste ombre colorate che ogni tanto accendono la mia mente, cosa mi spinge a tentare di dare forma e pienezza a ciò che a volte temo sia un puro fantasma. È lontano il giorno in cui, ad Olimpia, Prassitele mi fece capire che la luce non si posa sul mondo ma lo rivela fondandolo; io da quel giorno vivo di quella sorgente, sempre temendo lo svanire, inseguendone il Bagliore, perdendone le tracce, per poi, brancolando, rinvenirle e continuare a vivere.

 

CLAUDIO OLIVIERI

Claudio Olivieri tiene la sua prima mostra personale presso il Salone Annunciata di Milano nel 1960. Già nel 1966 è invitato alla Biennale di Venezia mentre nel 1969 è con una personale alla Galleria del Milione a Milano. Negli anni Settanta partecipa a tutte le principale collettive della cosiddetta “Nuova Pittura”, sia in Italia che all’estero. Nel decennio sono le personali alla Galleria Contini di Roma (1972), al Westfalischer Kunstverein di Münster (1974), alla Galleria Espace 5 di Montreal (1976), alla Galerie Stevenson Palluel di Parigi (1977) ed alla Galleria Lorenzelli di Milano (1978). Nel 1977 è tra gli artisti invitati a Dokumenta 6 a Kassel. Gli anni Ottanta si aprono con la sala personale alla Biennale di Venezia del 1980 (Biennale alla quale è nuovamente invitato nel 1986 ed alla quale partecipa con una nuova sala personale nel 1990). Nel 1982 è la personale al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano e l’anno seguente alla Galleria Civica di Modena. Tra le svariate personali che seguono meritano menzione l'”Antologia 2006″ alla Chiesa di San Matteo e alla Galleria Claudio Poleschi Arte Contemporanea di Lucca e, nel 2010, l’antologica “Quali sensi – Opere dal 1972 al 2010” negli spazi della Villa La Versiliana di Marina di Pietrasanta. Dal 1993 al 2011 Olivieri ha mantenuto la cattedra di Pittura e di Arti Visive presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, città nella quale ancora oggi vive e lavora. Recentemente la Mimesis Edizioni ha pubblicato l’antologia degli scritti di Claudio Olivieri dal titolo “Del resto. Aforismi e altri scritti (1965-2015)”.


Prossima mostra

Vasco Bendini

Opening: 12 maggio 2018

Galerie 21 - Via Roma 94/a - Livorno, Toscana, Italia - P. IVA 01522390499