Vasco Bendini

Segno su segno, 2004, tempera acrilica su tela, cm 200 x 180, Arch D4_29

Vasco Bendini

11 febbraio 2006, della serie L’immagine accolta, tempera acrilica su tela, cm 69 x 59 , Arch D6_3

Vasco Bendini

14 febbraio 2006, Fino all’annullamento, della serie L’immagine accolta, tempera acrilica su tela, cm 59 x 69, Arch. D6_8

Vasco Bendini

17 febbraio 2006, della serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 59 x 69 Arch D6_11

Vasco Bendini

25 maggio 2006, della serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 59 x 69, Arch D6_41

Vasco Bendini

27 aprile 2006, della serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 69 x 59, Arch D6_36

Vasco Bendini

5 ottobre 2007, della serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 90 x 70, Arch D7_63

Vasco Bendini

2 marzo 2009, della serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 110 x 90, Arch D9_32

Vasco Bendini

2 ottobre 2009 n 2, serie L’immagine accolta, olio su tela, cm 110 x 90 Arch D9_61

Vasco Bendini

19 maggio – 7 luglio 2018

La mostra, organizzata in collaborazione con l’Archivio Vasco Bendini, presenta, come fu in occasione dell’omaggio dedicato all’artista nel 2016 dall’Accademia Nazionale di San Luca di Roma, l’ultimo tempo del suo lavoro, quando Bendini, sul principio del nuovo millennio, pur fedele al tema del segno e a quello della luce attraverso i quali aveva fondato la sua pittura già all’inizio degli anni Cinquanta, ha reso più emozionale e coinvolta la sua ricerca, scoprendo una luce sempre più attimale, concitata, drammatica: “squarci di luce, o forre d’ombra; giorni incendiati o spenti; orme imperfette di ali che sono passate nel cielo livido, lasciandovi un segno, appena un ricordo lontano d’un loro rapido transito”, come ha scritto in quell’occasione Fabrizio D’Amico. Proprio oggi la Galerie 21 presenta il volume “Le cartoline di Vasco”, edizione che raccoglie i piccoli dipinti inviati da Bendini a D’Amico tra il 1999 e il 2002: “cartoline” ricche di pensieri, riflessioni, emozioni, realizzate “da tagli impietosi che Vasco ha operato su tele e carte di più normali dimensioni, che egli rifiutava nella loro integrità, e riconosceva per sue solo in quel particolare che aveva salvato, destinandolo ad una diversa, autonoma esistenza”.

 

CENNI BIOGRAFICI

Vasco Bendini nasce a Bologna il 27 febbraio 1922. Il suo primo laboratorio si svolge fra intense letture filosofiche e l’alunnato presso l’Accademia di Belle Arti, ove è allievo di Virgilio Guidi e di Giorgio Morandi. Dopo l’esordio nel 1949 alla Galleria Bergamini di Milano, partecipa a varie collettive e tiene numerose mostre personali, a partire da quella alla Galleria La Torre di Firenze nel ’53, introdotto da Francesco Arcangeli. Espone nel ’56 e ’58 alla Galleria Il Milione di Milano e ripetutamente presso la Galleria L’Attico di Roma (’58, ’59, ’61, ’63 e ’66), nonché alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1961. In quel tempo è presente – tra l’altro – alla Biennale di Venezia del 1956, alla Quadriennale romana del 1959, alla Biennale di San Paolo del Brasile del 1961 e alla Biennale di Tokyo del 1962, ovunque proponendo una pittura d’ambito informale, ma venata da una propensione a un più determinato astrattismo.

Una nuova ricerca ha inizio appena varcata la metà del settimo decennio, antesignana
di certe inflessioni formali che saranno dell’arte povera, come testimoniano la già citata personale a L’Attico del ’66, presentato da Argan, e la personale allo Studio Bentivoglio l’anno seguente, presentato da Arcangeli. Bendini partecipa tra l’altro, con sale personali, alle Biennali di Venezia del 1964 e del 1972. Nel 1973 si stabilisce a Roma, dove rimarrà a lungo, e dove tornerà a risiedere nel 2012, dopo un intervallo di vita lavorativa trascorso a Parma.

A partire dagli anni Settanta numerose e prestigiose sono le mostre personali e antologiche, in gallerie italiane ed estere, nonché presso enti pubblici e sedi museali quali lo C.S.A.C. di Parma, l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, il Museo d’arte Moderna di Saarbruecken e il Museo d’Arte Moderna di Saarlouis, la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, L’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino, la Casa del Mantegna di Mantova, la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Spoleto, il P.A.C. di Milano, la Pinacoteca Comunale e il Museo della Città di Ravenna, la Galleria Civica di Modena, Palazzo Forti a Verona, la Galleria Civica d’arte Contemporanea di Trento, La Loggetta Lombardesca di Ravenna, il Palazzo Comunale di Salò, il Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma, il Teatro Farnese di Parma, Palazzo Sarcinelli di Conegliano, il Castello di Masnago a Varese, la Civica Galleria d’Arte Contemporanea di Lissone, il Museo Bocchi di Parma, il Museo Palazzo de’ Mayo di Chieti ed il Macro di Roma. Bendini muore a Roma il 31 gennaio 2015.

PICCOLO RICORDO DI VASCO BENDINI
di Fabrizio D’Amico

Vasco Bendini è scomparso nel gennaio del 2015, dopo una breve malattia, a Roma, la città che pur somigliandogli pochissimo aveva infine scelto, dopo la sua Bologna. Il clima più mite gli era daltronde essenziale: a lui che, da molti anni, portava ad esempio a casa e fuori – solo le leggere scarpe cinesi di corda, con le quali soltanto diceva di poter camminare. Aveva compiuto novantadue anni: e mancavano poche settimane a un nuovo compleanno. Viveva con Marcella in un monolocale, che gli bastava per studio e abitazione, a piazza Verbano, vale a dire in un luogo che non era centro, ma nemmeno una periferia troppo lontana dal cuore della città (in una periferia estrema aveva abitato per qualche anno, costrettovi dalle circostanze, ma senza mai abituarvisi: troppo lontana, davvero, per lui soprattutto che non guidava, e che doveva per ogni minimo spostamento dipendere da Marcella).

Poveramente, viveva? Non proprio; certo in grande, quasi francescana, semplicità (interrotta soltanto dal bicchiere di un buon vino rosso che si concesse sempre). E in quella solitudine che ne aveva circondato, come un amnio, tutta la vita. In quell’isolamento aveva sempre vissuto i suoi lunghi giorni di lavoro; misteriosamente preveggente tante cose, intuite in solitudine: dall’astrazione non più neocubista, né neo-concreta che era di tanti, nel nostro dopoguerra affaticato, dopo l’isolamento del ventennio fascista, al riconoscere le sue radici europee, e ad aggiornarsi su di esse; fino
a una certa tentazione per lambiente, che laveva preso quando, a metà anni Sessanta, quellarte diversa, scesa dalla parete, non era ancora vulgata corrente, come presto sarebbe diventata.

Vasco ha saputo, nonostante quella sua vocazione all’appartatezza, conquistarsi l’attenzione della migliore critica italiana, che gli ha destinato importanti cataloghi e monografie (da Arcangeli a Pallucchini, da Argan a Tassi, da Calvesi a Barilli a tanti altri). Solo sulla sua vita, e soprattutto sui suoi esordi, son scarse, nella sterminata bibliografia, le indicazioni. È per questo che questo breve ricordo di Bendini porta un piccolo contributo proprio su quel tempo aurorale di Bendini. Attraverso le sue stesse parole, che mi disse nel corso di un breve dialogo che, molti anni or sono, ebbi con lui a Parma, dove allora per qualche tempo andò ad abitare.


Prossima mostra

Ernesto Muniz

Opening: 13 luglio 2018

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