Superficie a interferenza luminosa 1x25 abcd su giallo, 1971, acrilico, carta su legno, cm 60x60x0,5

Superficie a interferenza luminosa N 1x19 bd su giallo, 1971, fluorescente, carta su legno, cm 60x60x0,5

Spazializzazione di forma elementare quadrata. Superficie f-n, 1971, poliuretano su legno, cm 80x80x4

Struttura reticolare puntiforme e pluripercezione, 1981, acrilico su carta, cm 75x55

Claudio Rotta Loria

Torino, 1949

Claudio Rotta Loria nasce a Torino nel 1949 e, sempre a Torino, compie gli studi artistici, frequenta l’Accademia e la Scuola di Design, e si laurea in filosofia. Dopo iniziali esperienze figurative, nel 1968 orienta il suo lavoro nella direzione delle contemporanee indagini sulla riduzione del linguaggio della pittura ai suoi dati primari, elementari e concreti: da un lato la strutturalità visuale, programmata e cinetica e dall’altro il valore poetico della geometria, suscitato da minimi di stimolazione percettiva e sensoriale. Le opere che ne derivano si caratterizzano per le costanti implicazioni spaziali e oggettuali, chiave per seguire lo sviluppo di tutto il suo lavoro fino ad oggi. Realizza così le Superfici interattive (1968), strutture reticolari complesse a pluripercezione; i Cromoplastici (1970), dove il colore fluorescente nascosto all’osservatore da forme curve e a reticolo, produce effetti di vibrazione cromatica sul bianco della superficie dell’opera; le Superfici a interferenza luminosa (1971), che indagano l’azzeramento percettivo e i minimi di sensibilizzazione della superficie monocroma della carta mediante la ripetizione a intervalli regolari di corte linee incise ed egualmente inclinate che, successivamente, danno luogo a sollevamenti lamellari e a ombre colorate; gli Interventi d’ambiente (1971), strutture elementari in dialogo con lo spazio naturale e costruito; gli Oggetti cinetici (1971), caratterizzati da lenti e quasi impercettibili movimenti delle superfici e, infine, le Spazializzazioni di forme geometriche (1971) che indagano il problema del passaggio dalla bidimensionalità alla tridimensionalità mediante minimi innalzamenti strutturali della superficie, secondo una logica di sviluppo intesa come sistema di trasformazioni e campo di possibilità di variazioni morfogenetiche. In questo periodo fa parte dell’“Operativo Ti.zero” di Torino ed é cofondatore dell’omonimo “Centro sperimentale di ricerca estetica” (1969-1976), punto di riferimento della visualità strutturale che affianca all’attività espositiva di operatori italiani e stranieri, dibattiti ed interventi estetici sul territorio e con le scuole, in collegamento con altri gruppi d’arte programmata e percettiva attivi in Italia e all’estero. È invitato alla “X Quadriennale d’arte” (Roma, 1975); ai “Segundos Encontros Internacionais de Arte” (Viana do Castelo e Lisbona, 1975) ed espone in numerose collettive. Tra le mostre personali: “Ricerche di spazializzazione su forme geometriche elementari”, Centro Ti.zero (Torino, 1974); “Modulazioni strutturali e cinetiche d’ambiente”, Galleria Il Cortilaccio (Torino, 1974); “Superfici spazializzate cromoplastiche”, Studio Il Moro (Firenze, 1975); “Rationality as method of research”, Galleria Alvarez (Viana do Castelo, 1975); Galleria Renault (Parigi, 1975); Galleria Baudin (Nizza, 1976). Negli anni Ottanta esplora con le Iterazioni (1986) – rilievi in carta appena velati dall’acquerello – gli aspetti sensibili ed emozionali della pittura che apriranno a un’indagine introspettiva orientata verso dimensioni spirituali e simboliche negli Spazi di trame (1987). Queste opere rompono i codici rigorosi del periodo precedente e si articolano più liberamente nello spazio grazie al dinamismo delle superfici e degli equilibri, al disassamento dei piani, ad una più forte oggettualità – ottenuta con l’aumentato spessore dei telai -, all’accostamento intrigante e delicato dei materiali e a una lievitante “scrittura-pittura”. Nella seconda metà degli anni Ottanta realizza grandi installazioni permanenti, come quella per il Centre Culturel Français (Torino, 1988), e nel 1989 ottiene la nomination del MOMA di New York per il design di Apologue, finale di potenza della Goldmund.

Nel decennio successivo il lavoro avviato con gli Spazi di trame confluisce negli Spazi di tensione, opere in cui la vibrante ripetizione della scrittura del mantra dà luogo a sensibilissime texture cromatiche che aprono le superfici a insondabili profondità percettive, mentre asticelle e fili elastici in tensione producono effetti di leggerezza e instabilità. Aspetti di una pittura che pervade, con la forza espressiva dovuta all’impiego di pigmenti, anche le opere S.T (1999). Gli esiti di queste ricerche ritornano in molte installazioni di questo periodo che si caratterizzano per l’impiego della luce (neon, fibre ottiche, luci di Wood) e per il rapporto imprescindibile che lega il luogo e lo spazio all’opera: Autour d’un pilier, Centre Culturel Français (Torino, 1991); Al centro una magnolia, Stazione FS (Torino, 1992); In una gabbia, Ex Zoo (Torino, 1992); Tra muri e porte, Palazzo Lomellini (Carmagnola, 1966); Acqua pietre/luce acciaio, GAM (Saint-Vincent, 2000). Tra le personali, che sempre più spesso presentano grandi installazioni appositamente concepite per lo spazio espositivo, si ricordano: “Autour d’un pilier”, Centre Culturel Français (Torino, 1991); “Les bannières de la solidarité”, Parlement Européen (Strasbourgo, 1995); “Arbeiten 1969-1997”, Galerie Maerz (Linz, 1997 con Gottfried Ecker). Nel nuovo millennio l’artista libera un rinnovato potenziale espressivo in una spazialità totale, germinativa, coinvolgente. La pittura supera i limiti della superficie, per dilatarsi e attraversare risolutamente lo spazio, trasformandosi e integrandosi in installazioni aeree. In esse, rappresentazione e astrazione si fondono incessantemente l’una nell’altra, all’insegna dell’instabilità delle forme e della fragilità della materia. L’opera accoglie progressivamente nuovi materiali. La necessità di misurarsi con le molteplici interferenze e gli squilibri del mondo contemporaneo, aumenta la disponibilità dell’artista alla contaminazione sensoriale e all’assemblaggio di materiali differenti. “Archipainting” è l’espressione ricorrente per designare questi lavori: costruzioni tridimensionali e dinamiche che coniugano disegno, fotografia aerea, pittura, scultura, colore, elementi tecnologici e oggetti comuni. Il tutto giocato tra essenzialità e ridondanza e sempre percorso da una forte tensione progettuale interna, che fornisce all’opera una nuova identità costitutiva, pur nel mantenimento di una coerenza e riconoscibilità complessiva del lavoro, insieme al senso di un percorso non prevedibile. Le Geo-grafie (2001) e gli Equatori (2002) rappresentano un modo per pensare il mondo nei termini di una suggestione “geografica” di grande respiro ai limiti dell’astrazione. L’Equatore diviene, nei piccoli o grandi rilievi, un segno curvo carico di energia dipinto su carte a parete, che prolunga e continua il suo andamento elicoidale nello spazio proiettandosi sopra foto aeree dipinte. Le opere che lo rappresentano si configurano come porzioni, frammenti dell’intero che evocano l’immagine dell’abbraccio e dell’omphalòs, l’ombelico della terra. Analogamente, nelle grandi installazioni ambientali, la virtualità percettiva di questi lavori lascia spazio alla reale fisicità degli elementi costruttivi, segno forte di un mondo emozionale rotondo e intenso. Le Promenades chromatiques circulaires (2011) fanno del cerchio evocativo dell’Equatore, il luogo fisico per camminate estetiche e interventi in natura. La rotondità come forma espressiva diventa metafora del viaggio esterno e interiore.

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