Gregorio Botta

Ferita (Tommaso), 2013, cm 40x25x14

Gregorio Botta

Esercizio di respirazione I, 2018, cm 70x250

Gregorio Botta

Esercizio di respirazione II, 2018, cm 35x180

Gregorio Botta

Apnea, 2015, cm 145x45x45

Gregorio Botta

Senza titolo, 2018, cm 120x120

Gregorio Botta

Emiliy’s Garden, 2018, cm 70x50

Gregorio Botta

Emiliy’s Garden, 2018, cm 42x30

Gregorio Botta

Emiliy’s Garden, 2018, cm 42x30

Gregorio Botta

Emily’s Garden, 2018, cm 42x30

Gregorio Botta

Abbi cura di me, installazione a dimensioni variabili, 2017

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizio di deposizione, 2018, cm 34x24

Gregorio Botta

Esercizi di respirazione

6 ottobre – 1 dicembre 2018

Racchiudere l’opera di Gregorio Botta entro un discorso, un perimetro, un percorso, significa limitare il bagaglio poetico ed emozionale che ne è tratto distintivo ed essenza più profonda. Perché quello dell’artista napoletano è un lavoro di evocazione, di tensione verso dimensioni inaccessibili, di ambizione all’inafferrabile, all’impenetrabile, all’inesprimibile, animato da un costante anelare e quasi dialogare con l’assoluto e l’eterno. Un senso di attesa e di sospensione scava attorno ad ogni opera un vuoto intenso e struggente; una sensazione di sacro e di trascendente, di raccoglimento e di silenzio, conduce verso dimensioni altre. Cere, tessuti, coppe, fanno sovvenire alla memoria antiche reliquie. Il piombo ed il ferro non nascondono la loro matrice arcaica. Il cerchio, il quadrato, le coppe ed i piatti sono, poi, forme archetipiche che sussurrano di epoche remote. L’acqua, l’aria, la luce ed il fuoco, infine, emanano ancora il flatus della creazione. Eppure, al di là di ogni apparenza fisica, ne consegue, come auspicava Botta già nel 2001, “un’arte del togliere, del poco, del meno, sperando di arrivare a un’arte del niente. Un’arte che sparisca e lasci solo, come una vibrazione, come un motore segreto, l’azione per la quale è nata”. E così, l’opacità e la durezza del ferro stesse finiscono col perdere la loro materialità, per lasciar spazio a lavori fatti di luce e di ombra, di riflessi e trasparenze, di illusioni e rifrazioni, dove l’arte è condotta all’essenza da un continuo perdere e prendere forma come nel caso, emblematico, dell’installazione Abbi cura di me, nella quale contro il bianco della parete piccoli piatti di vetro, offerenti acqua, rifrangono sul muro un gioco di bagliori e di segni immateriali.

Esercizi di respirazione ha intitolato Gregorio Botta questa sua personale, per estensione di una recente serie di lavori nei quali un soffio di colore percorre e si deposita sulla materia. Nascono, come per sottrazione, dai precedenti Esercizi di deposizione, dove i pigmenti, o più spesso il sangue, si depositano, appunto, sulle superfici, conferendo ai lavori una misticità dolorosa e profondissima. Ma è nella parola esercizio che si viene a rivelare, compiutamente, quell’idea di arte come pratica di riflessione e di concentrazione, ripetuta come percorso verso la consapevolezza, che caratterizza il lavoro dell’artista napoletano e che egli stesso pare auspicare per il fruitore. Perché queste opere emanano una sacralità laica, e la loro fruizione diviene, per lo spettatore, esercizio di raccoglimento atto a realizzare una meditazione che sia in grado di condurre al nostro profondo e a stabilire un contatto con il tutto che ci circonda. Ma l’esercizio è cosa privata, soggettiva, che se Botta compie quotidianamente, spetta infine al singolo tentare ed intraprendere…

CCH

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